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informazioni
1938
Era la cultura che
condizionava le persone …
In quel tempo, gli italiani che ho conosciuto erano o sembravano tutti
fascisti. Noi adolescenti eravamo privi di qualsiasi informazione
, senza nessuna “bussola” se non la nostra relativa capacità di capire e
assumere atteggiamenti diversi.
Qui sono alcuni temi che io, giovane
balilla, scrissi all'epoca.....
documentazione del "El Alamein
Project" con cartina dettagliata della battaglia
caposaldo del Raggruppamento Ruspoli e foto dei cippi posti
recentemente (pdf)
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meglio salvarlo prima di guardarlo
TESTIMONIANZE SCRITTE IN PRIMA
LINEA NEL CORSO DELLA BATTAGLIA
DI EL ALAMEIN dalle M.O.V.M.
Colonnelli Alfredo Bechi Luserna e Giuseppe Isso
Un caro amico il Cappellano A.M. Giuseppe Feraci, che ho
incontrato varie volte ad El Alamein, ha scannerizzato dal
Museo dell’Esercito interessanti documenti d’epoca relativi
alla Battaglia che cortesemente mi ha inviato. Ritengo doveroso portarli alla conoscenza dei giovani
paracadutisti affinché “la memoria abbia un futuro.” Trattasi di quattro documenti riferiti ai combattimenti svoltisi
dal 23 al 29 ottobre 1942. (12 cartelle, alcune di difficile lettura, scritte in loco con
una macchina da scrivere dell’epoca utilizzando carta carbone
usata decine di volte).
Ecco un estratto della pagina numero quattro (di otto)
nella parte dove il Ten.Col. Alfredo Bechi Luserna accenna ad
alcune fasi del combattimento ed alla strenua difesa dei
paracadutisti della Sesta Compagnia (la mia) dove operava il
Generale di Corpo d’Armata Medaglia d’Oro al Valor Militare
Ferruccio Brandi.
Le relazioni redatte e sottoscritte dai Ten. Col. Alfredo
Bechi Luserna e Giuseppe Izzo, unitamente alla comunicazione
del Capitano Beltrame rappresentano indubbiamente una fase
della nostra Storia descritta dal vivo dai protagonisti.
Dall'Archivio dell'Esercito (cortesia del
cappellano Peppino Faraci):
El Alamein: relazione d'epoca
sulla battaglia e ruolo
della Folgore a cura dei Ten. Col. Bechi Luserna, dove a un certo
punto
si afferma che i superstiti erano 17 paracadutisti della 6a e
del Ten. Col. Isso che descrive la battaglia.
si tenga conto che si tratta di relazioni scritte sul luogo della
battaglia con macchina da scrivere d'epoca e
carta carbone consumata; è stato evidenziato nella relazione Bechi a
pag. 4 il passo relativo alla Compagnia
del cap. Marenco e del Ten Brandi nella quale io mi trovavo.
I documenti completi in PDF scaricabili:
RELAZIONI DEI
TEN.COL. ALFREDO BECHI
LUSERNA E TEN. COL. GIUSEPPE ISSO
"LA
BATTAGLIA 23/29 OTTOBRE 1942"
Promemoria del Cap. Beltrami al Magg. Verando
"...E
all’ultimo momento – alle spalle degli uomini – la base
della Folgore salterà in aria.."
RELAZIONE DEL TEN. COL. GIOVANNI VERANDO richiesta nel
1949
"il
trasferimento della Folgore dall’Italia alla Libia nel
1942"
DATO PER DISPERSO
PRIGIONIERO IN MEDIO ORIENTE
PRIGIONIERO IN ESTREMO ORIENTE
DOPO 4 ANNI DI PRIGIONIA, PERCHE’ SEI MESI IN INDIA?
per leggere
l'articolo.
Di seguito la schermata tratta dal sito
http://www.powinindia.it,
dedicato ai prigionieri di guerra in India.
DAL 2007 A OGGI: L'INCONTRO CON I PARACADUTISTI
Nel 2007, dopo sessantasei anni,
inizia un carteggio tra Luigi Compagnoni e il Tenente Brandi,
sopravvissuto alla battaglia, divenuto Generale della Brigata Folgore e
decorato M.O.V.M.
Bolzano 29 novembre 2007 il Gen.
Brandi scrive:
“”” Caro Compagnoni, ho recentemente
avuto sue buone notizie dal Presidente dell’A.N.P.d’I di Brescia. ….. La
ricordo benissimo quale valoroso paracadutista, della 6* Compagnia,
autorevole comandante di squadra mitraglieri…. .. Sia pure con 65 anni
di ritardo debbo esprimerle tutta la mia gratitudine per avermi soccorso
allorché fui ferito. ……. Tanti affettuosi saluti , caro Compagnoni, con
profonda stima ed amicizia. Brandi. “””
Compagnoni invia al Generale la bozza
delle sue memorie e il Generale risponde:
Bolzano 14 dicembre 2008
“”” Caro Compagnoni, …. Ho letto
con interesse ed emozione la “memoria” che ha voluto inviarmi …..
è un documento chiaro ed efficace ….. ancora grazie e tanti auguri di
Natale ……….
L’abbraccio con memore pensiero e
riconoscenza . Aff.mo Brandi
Il Gen. Ferruccio Brandi ci ha lasciato il 30
agosto 2014.
Ero al fianco dell'allora tenente Ferruccio Brandi ad El Alamein,
nella notte tra il 23 e il 24 ottobre 1942, durante la battaglia nella
quale Brandi si meritò la Medaglia d'oro al Valor Militare.
I funerali si sono svolti mercoledi 3 settembre 2014 nella Chiesa dei Domenicani di Bolzano.
Un ringraziamento a tutti coloro che mi hanno salutato.
Riporto un articolo commemorativo apparso sul sito www.congedati
folgore.com
ottobre 2014:
Visita alla sede della 6a compagnia, a Livorno, davanti ai documenti che
ricordano il Gen. Brandi, con la motivazione della Medaglia D'Oro al
V. M.
Livorno: Gino interviene nel 2014 alla festa della specialità e
legge le immortali parole del Col. Bechi Luserna
FERRUCCIO BRANDI - RICORDO DI UN LEONE DELLA FOLGORE
2015:E' uscito il volume dedicato al Gen. Ferruccio Brandi:
CLICCA SULLA COPERTINA per scaricare il volume in formato pdf
IL CIPPO NEL
PARCO STORICO DI EL ALAMEIN
DALLA RIVISTA FOLGORE
2008 El Alamein incontro col Presidente della
Repubblica On. Napolitano
INCONTRO CON LA SEZIONE DI NOVARA
SEZIONE DI BRESCIA
EL ALAMEIN IL CORAGGIO DEI PARACADUTISTI ITALIANI
Ho assistito,
presso la scuola superiore Vincenzo Capirola di Leno BS, agli esami di
Maturità del paracadutista Claudio Zambolo, brigadiere
dell’Arma dei carabinieri, che ha dedicato il suo tempo libero e
le sue serate allo studio.
E’ stata per me
una mattinata interessante non solo per il brillante risultato da lui
conseguito, ma anche per il fatto che ha posto al centro dell’esame di
italiano la Battaglia di El Alamein .
L’amico, che per
ben sette anni ha gestito - più che lodevolmente - il Sito Internet
della Sezione dando ampio spazio alle notizie inviategli dai reduci di
El Alamein, ha recentemente con me preso atto dell’avvento del nuovo
programma e della nuova gestione.
Incredibilmente
- è stata soppressa la pagina dedicata ai reduci unitamente a
tutto quanto è stato scritto sul tema in questi anni.
Infatti gli
articoli e le fotografie di episodi riferiti alla Storia della ns.
FOLGORE, che meritano di essere conosciuti dai paracadutisti bresciani,
sono stati cancellati.
per
scaricare l'estratto della tesi in pdf
LE CANZONI DELLA FOLGORE
Quando più aspra in
guerra
infuria la battaglia
quando più forte crepita
sul fronte la mitraglia;
se segna il passo il fante,
se sostano i carristi,
ci mandano a chiamare: chi ?
Noi, paracadutisti !
per
ascoltare le canzoni dei parà
2008: Gino si lancia col paracadute insieme al figlio Aldo
2009: Gino si lancia con il figlio Aldo e il nipote Gabriele
70MO
ANNIVERSARIO BATTAGLIA EL ALAMEIN
PISA 27 OTTOBRE 2012
GINO ERA A PISA, INSIEME AD ALTRI DUE REDUCI
2012: GINO É
TORNATO AD EL ALAMEIN,
DOVE DOPO 70 ANNI HA VISITATO LE TRINCEE NEL DESERTO
che lo hanno visto protagonista della battaglia nel 1942.
Anche la Sezione di Novara ha pubblicato
fotografie. per vedere le foto di Novara)
Dal 23 al
30 settembre con un gruppo di oltre trecento paracadutisti,
accompagnato da mio figlio Aldo, sono tornato ad El Alamein ed ho
seguito con vero entusiasmo e commozione il nutrito programma
predisposto dai promotori dell’iniziativa.
Con i paracadutisti di Novara e Livorno partecipavano i
rappresentanti delle Sezioni di Biella, Brescia, Pisa, Belluno,
Casale Monferrato, Monterosa Varallo, del Gruppo Alpini di Rho, dei
Bersaglieri Provincia di Milano e Roma; e del Rotary Club
Castiglioncello.
Da quel lontano 6 febbraio 1946, dopo sei anni dedicati al servizio
della Patria in Albania, Grecia, Egitto, Palestina, India, non ho
più avuto alcun rapporto con i paracadutisti
Immaginate la mia enorme sorpresa quando ho ricevuto una lettera ed
ho visto che era firmata dal Generale di Corpo d’Armata Ferruccio
Brandi che, all’epoca, ottobre 1942 era Comandante del mio plotone.
La lettera datata 29 novembre 2007, fra l’altro, accennava alla
Battaglia di El Alamein e metteva in risalto l’informazione di
fresca data da lui ricevuta;
“ Caro Compagnoni, ho avuto recentemente sue buone notizie dal
Presidente dell’ANPDI di Brescia….
La ricordo benissimo … sia pure con 65 anni di ritardo debbo
esprimerle tutta la mia gratitudine per avermi soccorso allorché fui
ferito ,,, “
Da quella data sono tornato ad El Alamein ben sei volte.
Lo scorso anno ho partecipato - invitato dal Ministero della Difesa
– e ho descritto dettagliatamente la Cerimonia, svoltasi all’interno
del Sacrario che ha cadenza annuale ed è organizzata a turni dalle
Nazioni coinvolte nel conflitto. Era il 69° Anniversario. Erano
presenti oltre 30 fra Ambasciatori e Consoli Associazioni d’arma e
famigliari.
Io ed un carrista dell’Ariete eravamo gli unici reduci a rendere gli
onori ai caduti. Fu una Cerimonia militare, austera, una
organizzazione perfetta, ma priva del calore, dello “spirito della
Folgore” che dopo 70 anni ho sentito con gli amici dal 23 al 30
settembre di quest’anno.
Tre i momenti significativi hanno caratterizzato il soggiorno:
LA CERIMONIA AL SACRARIO
LA SERATA nell’auditorium dell’hotel,
dedicata
alle battaglie della Folgore da parte del Generale della FOLGORE
Salvatore Jacono, con la descrizione nei luoghi dove più cruenta si
è svolta la Battaglia, accompagnata da filmati.
Dopo il mio intervento che ha concluso la serata, il Magg. Generale
della Divisione Folgore Francesco Nicolò e il Presidente della
Sezione di Novara Cav. Bruno Cristini, mi hanno fatto omaggio di due
Crest.
L’ESCURSIONE ALLE TRINCEE NEL DESERTO DI EL
QATTARA
All'aereoporto di El
Alamein, in attesa del volo di ritorno, il Gen. Salvatore Jacono ha scritto
alcuni appunti:
ESCURSIONE EL QATTARA DEL 28 SETTEMBRE 2012
Venerdì 28 settembre 2012 un gruppo di 64
persone ha effettuato una escursione nell’ area della Battaglia di
El Alamein. Fra essi il Col. De Matteis, Comandante del CAPAR, il
Gen B. Alfonso Napoletano figlio del S.M. Carmelo Napoletano della
Quarta Btr., Natale Lustrissimi, nipote della M.O.V.M. Gerardo
Lustrissimi ed il Leone della Folgore Gino Compagnoni.
Prima tappa la Stazione di El Alamein, dove
rimane ancora eretta la vecchia costruzione accanto ad una stazione
nuova e funzionante. Proseguiamo in direzione Sud Sulla Pista dell’
Acqua, attraversando la zona degli schieramenti della “Trento”,
della “Bologna” e della “Brescia” fino ad arrivare a Bab El Qattara
la porta della depressione.
Superando l’altipiano ci troviamo di fronte
alla piana di Deir El Munassib ed in lontananza si staglia nitida
l’altura dell’Himeimat. Attraversiamo El Munassib fra una fitta rete
di postazioni ancora ben visibili anche se sommerse dalla sabbia e
raggiungiamo la postazione del 3° Plotone della della Decima
Compagnia dove è stato eretto recentemente da Andrea Mariotti dell’
ARIDO un cippo dedicato al Leone della Folgore Santo Pelliccia. Resi
gli onori, proseguiamo in direzione Sud verso lo schieramento del
Raggruppamento Ruspoli a Quota 105. Ci fermiamo presso i resti di
una postazione, presumibilmente della Sesta Compagnia e, scavata una
buca, Gino Compagnoni seppellisce una bottiglia contenente la
Bandiera Italiana, sulla quale erano state deposte le firme di tutti
i partecipanti.
La tappa successiva sull’Himeimat sul quale
era schierata la Quattordicesima Compagnia. Una scalata della vetta
da parte di alcuni ardimentosi e poi trasferimento su
Naqb Rala, zona di schieramento del
Quinto Btg. ( Tredicesima e Quindicesima Compagnia).
Sul costone di
Naqb Rala troviamo una postazione di
plotone con i camminamenti e le postazioni delle squadre e delle
armi di reparto in ottime condizioni, perché scavate e portate alla
luce dai volontari del “Progetto El Alamein”. Qui Gino Compagnoni si
è commosso nel riconoscere la postazione simile alla sua a Quota 105
ed ha rivissuto per un momento l’avvenimento che ha visto il
ferimento del Tenente Ferruccio Brandi e la sua opera di soccorso.
Da
Naqb Rala abbiamo proseguito verso
Ovest per raggiungere la zona di Gebel Kahlak zona di schieramento
dell’Ariete dove siamo stati ospiti presso una tenda di Beduini per
la consumazione del “Rancio”. Per Gino Compagnoni è stato un
rivivere delle sofferenze causate dalla fame patita nel deserto nel
1942.
Tappa successiva ad un piccolo cimitero dell’
“Ariete” rinvenuto sempre a Gebel Kahlak a poca distanza dallo
schieramento. Anche qui sono stati resi gli onori ai Caduti e
cantato l’Inno Nazionale. Successivamente abbiamo effettuato una
sosta al Km. 42 della Pista dell’Acqua presso il “Cimitero da Campo”
della Folgore, segnalato da un cippo in pietra deposto da “quelli
dell’ARIDO”. Resi gli onori ai Caduti abbiamo proseguito verso
“Forte Menton” subito fuori dalla Pista dell’Acqua, sede di un posto
medicazione avanzato. Ormai il sole era al tramonto e ci siamo
diretti velocemente verso l’abitato di El Alamein e poi in Albergo.
L’escursione ha suscitato profonda commozione
fra i partecipanti che hanno trascorso una giornata indimenticabile.
Generale Salvatore Jacono
nei
video qui sotto: a sinistra, Gino Compagnoni visita le trincee nel deserto di El Alamein, dove
ha combattuto nel 1942,
e riceve la maglietta commemorativa.
Sono presenti il Gen Jacono, il Gen. Nicolò e il Presidente dei Paracadutisti di Novara
Cristini.
A destra, la cerimonia al sacrario.
L'INCONTRO CON ANNA FRANZOSO, PRIMA PARACADUTISTA
ITALIANA
La FIPS nasce a Biella nel 1951 con il
conseguente primo addestramento.
Nel 1952 Anna Franzoso, prima donna
paracadutista si lancia a Treviso, responsabile del lancio è il
Colonnello Leonida Turrini.
Gino accende il braciere ad El Alamein, con la fiamma
portata dai militari della Folgore
attraverso il deserto che vide la battaglia del 1942.
Nel 2012 Gino è stato intervistato ad El Alamein dal giornalista Marco
Barberis, che poi ha scritto un articolo pubblicato su
"Vercelli Oggi"
Gino Compagnoni ha
dato alle stampe il libro con la sua
autobiografia "Altri tempi" (vedi alla sezione "Autobiografia").
Nel corso degli anni, alcuni stralci non definitivi erano
stati pubblicati sui siti
dedicati ai congedati della Folgore e alla Sezione di Brescia
dei Paracadutisti.
VECCHIO MATERIALE PUBBLICATO SUL SITO DEI
CONGEDATI FOLGORE
Articoli pubblicati:
- Prigionieri di
guerra - Il discorso del Presidente Napolitano ad El Alamein nel 2008. - La intervista del leone Gino Compagnoni a " Il Giorno" - La prima adunata dei paracadutisti a Roma nel 1952.
Durante la collaborazione con il sito "Congedati Folgore" e con la
rivista "Folgore" ho avuto l'occasione di conoscere persone squisite
e disponibili quali Nuccia Ledda, Aldo Falciglia, Walter Amatobene.
La pubblicazione degli articoli è supportata da un fitto carteggio
che mi ha molto onorato e talvolta commosso, del quale mi permetto
di riportare alcuni passi:
20 maggio 2010:
Buongiorno Gino.
E' un onore e un piacere ricevere le Tue comunicazioni. Ero
all'estero in (...) per lavoro. Ora sono rientrato e pubblicherò LO
SPLENDIDO diario. La Tua intervista tratta da Focus è stata
utilissima. Insieme alle altre sono in fase di montaggio. Non appena
pronte te ne invierò subito una copia.
Quello che dici e l'energia con cui ti esprimi nella intervista sono
più che sufficienti. Non avrei saputo fare di meglio.
Nei prossimi giorni i paracadutisti della redazione incaricati del
video ti contatteranno per sottoporti il nostro montaggio ed -
eventualmente- girare un piccolo spezzone aggiuntivo.
Grazie ancora per la Tua stima. E' il motivo per cui lavoriamo:
avere la Vostra approvazione.
Ti prego di scrivere qualche Tua riflessione sul Progetto El Alamein
con qualche suggerimento.
FOLGORE!!
30 luglio 2010:
"....Il Tuo materiale è stato pubblicato nella nostra rubrica STORIA
E REDUCI e ho estrapolato il tuo pezzo.
La Tua intervista la proiettiamo - ad esempio - ad ogni corso di
paracadutismo per i giovani allievi".
Brescia luglio 2010
Caro Walter, caro direttore,
Mi hai chiesto riflessioni e suggerimenti sul meraviglioso progetto
El Alamein.
La riflessione:
ho partecipato alla recente presentazione del libro “El Alamein” del
dott. Daniele Moretto e su sua richiesta il mio intervento ha
concluso la serata. Il testo è pubblicato su SU PARACADUTISTI DI
BRESCIA
In quella occasione l’autore ha illustrato dettagliatamente il
progetto voluto dall’ANPd’I Nazionale in collaborazione con il
paracadutista Walter Amatobene del sito “CONGEDATI FOLGORE”,
l’Università del Cairo, l’ Università di Padova, l’Ambasciata
italiana unitamente ed un gruppo di studiosi.
L’aver immaginato, non solo dal punto di vista storico-culturale e
patriottico, e realizzato con entusiasmo, soprattutto con piccone,
badile e carriola, il recupero di un tanto rilevante periodo della
nostra Storia, non poteva che essere opera di paracadutisti
coscienti di quanto si legge all’art. 2 dello Statuto Nazionale
dell’ANPd’Italia:
” la glorificazione dei paracadutisti caduti nell’adempimento del
loro dovere in guerra ed in pace, perpetuandone la memoria.. “
Non posso non dirti della mia amarezza per non poter far parte di
uno dei gruppi di lavoro che tu ed i tuoi collaboratori avete
generosamente ideato. Infatti fra pochi giorni inizierò il 90° anno
di vita e non posso più utilizzare le mie gambe e le mie braccia
come richiede questo impegno.
Lo spirito della Folgore e la volontà non bastano: non “pompo” più,
alla seconda flessione … cado a terra, (però vado in bicicletta e
guido ancora l’auto…)
Il suggerimento:
I Congedati Folgore, le Università e la rinnovata Presidenza
Nazionale dell’ANPDI garantiscono certamente iniziative corredate da
contributi tecnici, culturali indubbiamente adeguate.
Da parte mia azzardo un suggerimento, che illustro con un esempio
che risale al 1952 (allego scan della nota dell’epoca);
nel quale, per favorire la partecipazione dei “ Folgorini “, si fa
cenno a facilitazioni di viaggio, vitto, alloggio; se nel 2011 le
risorse del Ministero della Difesa non lo consentissero (vedi nota
in calce…) una medaglietta, un distintivo potrebbero essere
apprezzati dagli ormai pochi superstiti.
L’idea non necessità di altri particolari chiarimenti.
Non è tutto, ma per ora basta così. Al mio orizzonte vedo l’anno
2011 nel giorno dell’inaugurazione della restaurata linea del
fronte. Io comunque, ci sarò !!!
Ciao, arrivederci e, FOLGORE SEMPRE !!!
Paracadutista
Gino Compagnoni
la convocazione ai
Radunisti del 1952 che riportava la promessa di rimborso spese
30 ottobre 2011:
ciao Gino
che piacere leggerti.
grazie per il precedente invio. ero in (...) per lavoro e non potevo
usare il pc in uscita... grazie grazie per le belle foto e per la
Tua STIMA che mi ONORA.,
I tre bresciani sono rimasti colpiti dalla Tua grinta e presto ti
scriveranno. Io sto preparando una galleria di foto che saranno
custodite nella sezione EL ALAMEIN del sito .. appena pubblicate te
lo farò sapere. sto anche preparando l'articolo per la rivista,
grazie per la Tua amicizia.
FOLGORE!!!
Walter
PRIGIONIERI di GUERRA
di Gino Compagnoni (nota: questo articolo è un estratto dalle
bozze delle memorie di Gino, poi pubblicate integralmente nel volume
"Altri Tempi" ed. Arti 2012)
PRIGIONIERI di GUERRA
Dopo due anni di guerra in Albania, Grecia e ad El Alamein e quattro
anni da prigioniero di guerra, al mio ritorno in Italia ho
recuperato su un polveroso scaffale in cantina un quaderno dove,
durante e subito dopo il mio ritorno in Patria, ho scritto il mio
diario di quegli anni.
Qui di seguito, così come li ho fissati, oltre settant’anni fa su un
foglio di carta, trascrivo gli avvenimenti riferiti ad alcuni
episodi.
24 OTTOBRE 1942: è l’alba, una decina di bren-carrier e
autoblindo
si muove in cerchio intorno alle nostre postazioni, dalle torrette
emerge il mezzo busto dei carristi. Sono fissate alle antenne radio
dei mezzi corazzati bandierine triangolari giallo rosse che
sventolano lentamente a destra ed a sinistra. Chiedono la nostra
resa. I componenti la mia squadra stanno uscendo dalle buche . Due “
tommy “sul ciglio della mia trincea: urlano “come on, hand up”
inutilmente tento di far capire che un ufficiale è ferito gravemente
e deve essere aiutato. Sono chinato sul Tenente Brandi ( per questa
azione è stato decorato della M.O.V.M. ) che non dà segni di vita e
subisco colpi violenti sulla schiena. Esco dalla postazione convinto
che non lo rivedrò mai più.
Uno dei due “tommy” mi toglie la pistola e l’orologio, l'altro mi
prende il pugnale e mi strattona, vuole il binocolo mi spinge in
terra e quasi mi strangola. Infatti mi è veramente difficile fargli
capire che prima si deve togliere la cinghia della borraccia, poi la
cinghia della borsa tattica ed infine la cinghia dell'astuccio che
contiene il binocolo. Uno dei due mi indica l’autoblinda incendiata
(subito però bloccato dall’altro) e mi percuote violentemente con il
suo Thompson che usa come una clava , sull’elmetto, sul petto e
sulla mia schiena dolorante.
Un soldato ( “Francia Libera” ? ) si avvicina e, sorridendo davanti
a me, apre una lattina, me la offre e mi fa capire che posso bere,
che è per me. Sono sbigottito e commosso dal gesto imprevedibile.
Grazie. Rifiuto. Non vedo nessuno dei fucilieri del IV battaglione
che erano vicini a noi (morti, catturati …?).
Al riparo dietro a un autocarro Piossini è stato sommariamente
medicato e si lamenta per il dolore che gli provoca la ferita alla
gamba destra, causata dal un cingolo di un bren-carrier che è
passato sulla sua buca.
Attorno a noi bruciano alcuni carri centrati dalla nostra
artiglieria; gruppetti di inglesi si sono rifugiati sotto gli
innumerevoli mezzi che hanno portato in linea. La nostra artiglieria
ha ripreso un intenso bombardamento. Sento le urla dei soldati
inglesi feriti, due autocarri vicini a noi sono stati centrati dai
colpi dei nostri cannoni e ardono simili a due grandi falò. Io ed i
miei compagni rimaniamo in piedi a braccia conserte incuranti delle
schegge che sfarfallano e cadono vicinissime, i soldati britannici
sono appiattiti sul terreno ci guardano stupefatti. Ricordandolo -
oggi - questo atteggiamento mi appare una inutile e stupida
esibizione, ma in quel momento mi sembrava giusto farlo... Ritengo
anche di dover sottolineare il generoso “buon senso“ dei britannici.
Quella notte avrebbero potuto fare una strage.
CAMPO 309 – P.O.W. AD ALESSANDRIA D‘EGITTO- ottobre 1942
Due soldati ci prendono in consegna e ci guidano verso le retrovie.
Piossini non può camminare, a turno, lo portiamo a braccia.
Camminiamo nel varco del campo minato ed incrociamo un reparto di
soldati inglesi che va in prima linea, sghignazzano e sembrano
ubriachi. Uno di loro mi sputa addosso, un altro mi dà uno schiaffo,
un terzo allunga un calcio a Siracusa. Gli schiaffi ed i calci della
lunga colonna si scaricano su di noi con effetto domino per alcuni
minuti, poi la pista si allarga e ci possiamo allontanare dalla
colonna. Arriva una Jeep che carica i tre feriti.
Al tramonto arriviamo in una valletta; in uno spazio aperto,
delimitato da un solo filo di ferro spinato, ci sono una decina di
paracadutisti e fra questi i bresciani Severino Stabilini e Ottorino
Pagani, che mi informa che fra i caduti c’è Peppino Reggiani (mio
amico d’infanzia, volontario con me in Albania). Degli amici del IV
Battaglione che erano con noi non rivedrò più nessuno nel corso
degli anni di prigionia. Soffro di un forte dolore alla schiena e
sono costretto a chiedere aiuto per togliermi la giacca ed il
maglione che indosso. Stabilini mi dice: “sei stato fortunato, la
tua sahariana è strappata in più punti sulla schiena mentre la
scapola destra della tua spalla ha un colore blu ed è gonfia, un
proiettile, un sasso od una scheggia ti ha sicuramente preso di
striscio”. Soffro tutta la nottata, per il freddo e per il dolore.
Il mio numero è 355288.
Per qualsiasi adempimento o necessità, sono solo un numero. Al
mattino non si mangia; a mezzogiorno formiamo code interminabili per
ricevere 4 biscotti (simili agli attuali crackers) e una tazzina di
un liquido che sembra tè.
Alle 17.30 aprono per mezz‘ora l’unico rubinetto che dà acqua ai 600
prigionieri del mio recinto. Assisto a scene vergognose e risse
furibonde. È più l’acqua che finisce nella sabbia che quella che può
essere bevuta. Alle 18.00 la cena, ed il menù non cambia.
Il lavatoio è sempre disponibile, ma dai tre rubinetti e dall’unica
doccia esce un filo d‘acqua di colore verdastro; lo stanzone non è
illuminato, il pavimento è coperto da fango viscido, anche per gli
escrementi che lo ricoprono. Sul muro qualche inglese, con poco
senso dell‘umorismo, ha scritto - la calce è ancora fresca - a
caratteri cubitali: “ lavati ! “La latrina è una fossa lunga circa
dieci metri, profonda tre, larga, due, ed è attraversata da cinque
travi larghe circa 30 cm. Questa fossa serve per 600 persone;
diventiamo tutti equilibristi e fortunatamente, non mi risulta che
qualche malcapitato sia mai caduto nella fossa.
Le prime due settimane trascorrono senza che avvenga il minimo
miglioramento. Trascorriamo le giornate in silenzio. La fame e le
sete non possono essere descritte. Nessuno fa movimenti inutili,
rimaniamo il più possibile immobili, per risparmiare energie,
distesi nella sabbia. Tutti i giorni arrivano colonne di soldati ed
ufficiali catturati durante la ritirata. Camminano a testa bassa
trascinando i piedi. E’uno spettacolo triste e deprimente.
Dopo due settimane all’alba la sveglia, poi l‘appello e la conta, mi
consegnano un cucchiaio, una tazza ed una coperta. La zuppa è
lievemente migliorata, Ogni due giorni una scatoletta di carne di
cento grammi ed un filone di pane da un Kg. per due persone, alla
sera quattro biscottini ed il tè. Ho capito la differenza tra il
ricevere il mescolo preso in superficie e riceverlo, invece, preso
dal fondo. Da qui la necessità di gareggiare, arrischiando di
rimanere digiuno, per arrivare fra gli ultimi alla marmitta della
“brodaglia”. Sono passati circa due mesi e tutti i giorni arrivano
centinaia di prigionieri, gruppi di ufficiali e fra questi vedo un
generale.
Gli Stati Uniti sono entrati in guerra e le loro truppe sono
sbarcate in Marocco.
CERCANO FABBRI E CARPENTIERI
Gli amplificatori del Campo comunicano una notizia interessante:
secondo la “Convenzione di Ginevra” chi vuole può uscire dal campo
per lavorare. Si cercano operai specializzati in lavori di
carpentieri. Il nostro gruppetto rifiuta e la sera stessa con un
centinaio di prigionieri, arrivati in mattinata dalla Libia,
lasciamo il campo e prendiamo posto su un autocarro. A notte fonda
arriviamo nel delta del Nilo al
Campo 308
Gennaio 1943
Il campo ospita circa 20.000 prigionieri; un grande viale divide due
file di gabbie; Ogni gabbia ospita 600 prigionieri ed è sorvegliata
da soldati indiani posti di guardia su torrette a tre metri da
terra. Su ogni lato, oltre ad una siepe di reticolato alta due
metri, vi è anche una seconda fila di reticolati.
Da una piccola costruzione in muratura esce un delizioso profumo di
rape e cavoli. Inoltre non dovrò più ricorrere (senza mutande per
evitare possibili cadute nella fossa) ad esibizioni di equilibrismo.
Infatti, in un angolo del campo vedo un muretto di mattoni d‘argilla
che delimita e separa le latrine dal lavatoio dotato di una decina
di rubinetti. Qui l‘acqua viene erogata, per un‘ora, due volte al
giorno.
Volontari per decreto legge
Sono assegnato ad una tenda che ospita nove sergenti sono studenti
universitari, (allievi ufficiali) che mi salutano con fredda
cordialità e diffidenza, parlano a bassa voce fra loro ignorandomi.
Sono volontari per “decreto legge”. Un giorno avevano letto sul
Popolo d'Italia, organo del Partito Nazionale Fascista. “ … il
governo, accogliendo il desiderio degli studenti universitari
impazienti di indossare la divisa grigio verde aveva abolito la
concessione del rinvio del servizio militare per far sì che tutti
avessero l’onore di battersi contro il nemico” e si erano pertanto
trovati, quasi senza rendersene conto, in divisa ed imbarcati per la
Libia. Nella tenda vado solo per dormire e le giornate le passo con
Stabilini ed il gruppo dei paracadutisti.
Ogni settimana riceviamo alcune monete egiziane che possiamo
spendere in uno spaccio interno e due pacchetti di sigarette.
D’intesa con Stabilini e Pagani, investiamo tutte le nostre piastre
nell’acquisto di qualche Kg. di riso e di datteri essiccati. Una
grossa latta, che in origine conteneva sugo di pomodoro, è stata
trasformata in pentola; versiamo acqua, datteri e riso e facciamo
bollire il tutto, quando l’impasto giunge al giusto punto di cottura
lo lasciamo riposare alcune ore affinché aumenti di volume.
Gino (il terzo da sinistra) a Tel
Aviv, in compagnia (da sinistra) di Filippini , Bugatti, Serra
Nel campo le giornate trascorrono tranquille, non si fa nulla
durante il giorno. Alla sera ognuno racconta gli episodi più
significativi che hanno caratterizzato la sua cattura:
Piossini, parla della sua ferita, descrive gli interminabili attimi
del bren-carrier che stava per schiacciarlo e miracolosamente lo ha
ferito fortunatamente in modo non grave alla gamba destra; Bottazzi,
un altro bresciano, sottufficiale dell'aviazione ustionato al
torace, alle braccia ed al viso, si è salvato lanciandosi dall’aereo
in fiamme con il paracadute;
il sottocapo Tognon del sottomarino “ Perla “, racconta della
navigazione con il mare a forza sette, del siluro che lo ha colpito,
dello schianto delle mine di profondità, degli scricchioli delle
pareti del suo sommergibile, degli spruzzi violenti dell'acqua che
entrava dalle incrinature della struttura, la “rapida” della
immersione, la fortunosa emersione ed il salvataggio dopo ore di
paurosa attesa in mare.
Stabilini il quale, pochi istanti dopo la fine del bombardamento del
23 ottobre, si è trovato gli inglesi nella buca e non ha potuto
sparare nemmeno un colpo.
Ottorino Pagani è rimasto miracolosamente illeso accanto al Serg.
Magg. Dario Pirlone capo pezzo ( M.O.V.M ) , mentre il suo cannone
47 / 32 centrato in pieno è stato distrutto, il mio amico Pepino
Reggiani e i suoi compagni serventi al pezzo, colpiti a morte…
LA SQUADRA di CALCIO
Sono state formate squadre per ogni singola gabbia e fra le varie
compagini si svolgono incontri incandescenti; questi confronti
servono per selezionare la squadra rappresentativa del Campo 308 la
quale, non solo si confronterà con squadre di altri campi, ma anche
con squadre dell‘esercito britannico. Ai giocatori viene riservato,
dal Comando del Campo, un trattamento alimentare particolare: dopo
l’allenamento del giovedì ed alla fine di ogni partita i titolari
ricevono due piatti di pasta asciutta, abbondante. Un giorno, un bel
giorno, prima dell‘inizio di un incontro mi unisco al gruppo delle
riserve, scambio qualche passaggio ed effettuo alcuni fortunati tiri
in porta. Il capitano che mi osserva dice, “oggi ti faccio giocare
per una decina di minuti, poi vedremo”. È fatta, gioco quasi tutto
il secondo tempo; mi sono assicurato un paio di piatti di pasta
asciutta alla settimana.
LE LENTICCHIE
Ogni giorno, a turno, sei prigionieri vanno alla gabbia n° 1 per
prelevare i viveri per la giornata; quando arriva il turno della
nostra tenda riusciamo a ”prelevare” dal magazzino un sacco di
lenticchie ed a portarlo nel campo. Gli interrogatori e le ispezioni
accurate della sorveglianza inglese non trovano nulla. Infatti le
lenticchie sono state seppellite nella sabbia sotto i giacigli della
nostra tenda. Dopo alcune settimane, decidiamo di integrare il
rancio con le lenticchie e, di notte, procediamo alla cerimonia
della riesumazione del “tesoro”. Dopo circa una trepida attesa, la
sorpresa: le lenticchie con il caldo del giorno e l’umidità della
sabbia sono sbocciate e sono diventate erbetta verde. Le mettiamo
ugualmente nella pentola ed anche se un po’ amare le trangugiamo
CERCANO SARTI E LAVANDAI
Passano altri interminabili mesi senza far nulla, Sono sempre
affamato.
Un giorno, durante la “conta” del mattino, chiedono sarti capaci..
Mi propongo e vengo accettato. Ogni mattino in camion arriviamo
all’interno di un capannone ben riparato dalla sabbia e dal sole. In
un primo tempo mi assegnano un lavoro alla macchina da cucire, ma
rompo troppi aghi, allora mi danno ago e filo per rammendare i buchi
delle zanzariere. Il lavoro richiede grande pazienza e io non ne ho,
mi pungo continuamente e il buco, frequentemente si allarga durante
la lavorazione. Invento un nuovo modo per risolvere il problema:
prendo i vari lembi del buco, li riunisco, li arrotolo e con ago e
filo cucio il tutto. La zanzariera non ha più buchi, è diventata
solo un po’ più corta, ma è migliorata esteticamente per i
fiocchetti che ho cucito. Gli inglesi che lavorano con me sorridono,
ma il sottufficiale responsabile del reparto non gradisce la mia
trovata e ancora meno i sorrisi dei suoi compagni di lavoro. Come
una furia mi strappa dalle mani la zanzariera e mi aggredisce a
pugni e calci; mi difendo con un calcione ben posizionato. Non
finisco la giornata perché mi fa rientrare al Campo di corsa sotto
il sole rovente (una decina di chilometri) e dalla Jeep mi sprona
con la lunga asta di un’antenna radio che fa sibilare dall’auto sul
mio capo ad ogni mio accenno di fermata. Sono quindi “licenziato” e
con me un compagno di tenda che è intervenuto in mia difesa ed al
quale, almeno, è stata risparmiata la corsa nella sabbia perché
ospitato sulla Jeep..
La fame sta diventando sempre più insopportabile, solo chi è
ammalato veramente può trascorrere alcune giornate in infermeria
mangiando a sazietà. Chi si taglia o si ferisce un dito, oppure si
graffia a sangue sul filo spinato del reticolato, viene inviato in
infermeria e per quel giorno mangia a sazietà.
Anche chi si fa togliere un dente può saziare la fame per una
giornata.
IL VARIETÀ E LE PROCACI BALLERINE
Agosto 1943
Alcuni intraprendenti attori, professionisti e dilettanti
napoletani, hanno costruito sul retro delle cucine, con il materiale
fornito da un ufficiale inglese, un palcoscenico sul quale si
esibiscono recitando e cantando pezzi classici di poeti e scrittori
napoletani, ( la livella, la patente, le sceneggiate, siparietti di
varietà ).
Gran successo ricevono le ballerine. Le donne sono, ovviamente,
uomini ma sul palcoscenico sembrano ragazze vere. In principio le
difficoltà del travestimento provocano vero divertimento. Ma
parecchi spettatori dopo poche esibizioni, dimenticano che sul
palcoscenico ci sono loro commilitoni; visti a distanza, appaiono
donne bellissime capaci di far sognare. Alcune attrici si sono
immedesimate nelle parti ed hanno assimilato gli atteggiamenti ed
anche la mentalità della donna. Tutti gli spettacoli si concludono
con uno scatenato can – can e le “6 girls 6” raccolgono un
rumorosissimo successo. Con fettucce di panno nero hanno realizzato
giarrettiere provocanti; ma è, soprattutto, la soubrette che ha il
fisico del ruolo, le lunghe gambe e le calze da donna (tinte di nero
fornite dall’ ufficiale inglese) provoca turbamenti, litigi e
gelosie morbose. La scena che precede il gran finale è il “ballo
dell‘apache”. La coppia danza accompagnata dal un suggestivo coro in
sottofondo. La ballerina si struscia appassionatamente al “ maschio
“ e, la coppia è subissata da applausi e da lanci di datteri e
sigarette.
Tra alcune coppie sono nate amicizie intense; si vedono coppie
passeggiare sempre insieme, seduti sempre vicini, sempre insieme
anche ai servizi igienici. Una coppia colta in “flagrante” è stata
separata con il trasferimento del partner in altra gabbia. Il
separato, rimasto nel campo, è stato ricoverato gravissimo in
ospedale: da circa un mese a causa della separazione dall’amico ha
smesso di toccare cibo.
Un giornale
che vedo posato su un sacco all’ interno della tenda richiama la mia
attenzione. Inizio a sfogliarlo, ma due sergenti universitari, miei
compagni di tenda, mi sono addosso e me lo tolgono bruscamente dalle
mani.
Al mattino Vergnano ( il capitano della squadra di calcio ) mi
prende da parte e mi dice che i suoi colleghi non si fidano di me
perché i paracadutisti, a loro parere, sono tutti fascisti; lui con
i compagni di tenda sono contrari al fascismo e lo combattono sin da
quando erano in Italia. Mi raccomanda di non parlare con nessuno
perché in altri campi si sono verificati pestaggi nei confronti di
antifascisti. Lo tranquillizzo e racconto a lui ed ai compagni di
tenda di mio padre fuoriuscito, morto in Francia perché perseguitato
dal fascismo; dico loro che quella figura in prima pagina del
giornaletto ( è l’On. Giacomo Matteotti assassinato dai fascisti )
io l‘ho già vista a casa mia in una fotografia nascosta dietro un
quadro del Sacro Cuore di Gesù nella camera da letto dei miei
genitori. Diventiamo amici, l’equivoco è chiarito e nella tenda,
finalmente, si crea un clima di reciproca simpatia e amicizia. Mi
dicono che sono in contatto sia all’interno che all’esterno con
antifascisti di altri Campi di P.O.W. e con militari inglesi del
nostro Campo. Assicurano che mi considereranno uno dei loro e che mi
terranno informato delle eventuali iniziative e delle novità
relative agli sviluppi della guerra in Italia.
Dopo una quindicina di giorni nel cuore della notte, Vergnano mi
sussurra: “prepara il tuo sacco, domattina il nostro gruppetto ed
alcune decine di “compagni “ di altre gabbie lasceremo il 308 per
essere utilizzati in Palestina”.
Sono le ore tre, tutti dormono. Una ventina di soldati indiani entra
nel Campo.
Urlano: “adunata ! ”. Tutti gli ospiti della gabbia n° 20 sono
raggruppati nel piazzale.
Sono le ore sei, tutti dormono. L‘orario è insolito e il fatto non
si è mai verificato prima; solamente quando tutti sono riuniti ed
irrigiditi sull’attenti per la “conta“, il nostro gruppo lascia la
tenda e, fra gli schiamazzi ed i fischi, si avvia verso l ’uscita
della “gabbia”.
Il tam-tam del Campo 308 però ha funzionato e la notizia si è
sparsa fra i 20.000 prigionieri. Non tutti i responsabili inglesi
hanno avuto l’attenzione che è stata usata per il nostro gruppo. In
alcune gabbie sono in atto risse furibonde.
La mia gabbia è la n° 20 ed il cancello d'uscita è lontano. Ci
ripariamo con i nostri fagotti dal lancio di pezzi di mattoni d'
argilla che fioccano su di noi come grandine.
Assisto alla “liberazione” da parte delle guardie di un amico di
un’altra gabbia che è stato calpestato e buttato sul reticolato dai
suoi compagni ed ha una gamba fratturata. È portato a braccia , il
viso, le braccia, le gambe sanguinanti.
Sento le urla dei miei amici e le loro minacce relative al
trattamento particolare che, dicono, mi riserveranno al mio ritorno
a Brescia.
CAMPO 322 - LATRUM ( PALESTINA )
Agosto 1943
Attraversiamo la cittadina abitata in larga maggioranza da ebrei.
Diamo uno sguardo, approfittando di una lunga sosta, al grande
Monastero ortodosso che appare maestoso davanti a noi e, nel tardo
pomeriggio, nei pressi di un insediamento dell’esercito britannico,
ci vengono assegnate due baracche decorose e bene attrezzate.
Dormiremo su brande con materassi e coperte; i servizi igienici sono
ottimi ed è possibile fare la doccia con acqua calda a volontà; ci
danno indumenti puliti e un asciugamano.
Le sorprese non sono finite. Ci accompagnano ad un altro gruppo di
baracche occupate dagli uffici di alcune unità inglesi. Nella
baracca della mensa osserviamo i soldati ed i sottufficiali che
stanno ultimando la cena. L’ R.S.M. con una mimica molto efficace ci
fa capire che dobbiamo aiutare a sparecchiare e pulire i tavoli,
subito dopo potremo prendere il vassoio e prelevare il nostro pasto
al self-service. Ci saluta con un cordiale :“bon petitto“. Altra
sorpresa: i militari inglesi si rivolgono a noi con cordialità.
Al mattino successivo ha luogo una riunione nel corso della quale ci
informano che le truppe inglesi ed americane hanno occupato tutta
l‘Africa Settentrionale e la Sicilia, nonché della attività dei
partigiani nel nord Italia.
Un ufficiale che parla italiano, descrive il tipo di lavoro che ci
verrà affidato. Dovremo collaborare alla sistemazione di un campo
per altri P.O.W. Opereremo con tecnici civili all‘installazione dei
servizi igienici, delle cucine e successivamente alla manutenzione
delle baracche sia del comando che nel nuovo Campo per P.O.W. In un
secondo tempo costruiremo le vie di accesso al campo, i viali
interni e la recinzione di tutto il complesso. Siamo suddivisi in
quattro gruppi coordinati da squadre formate da nostri compagni che
nella vita civile erano elettricisti, idraulici, giardinieri,
muratori, camerieri, cuochi. Ci presenta l’R.S.M. che sarà il nostro
superiore diretto. L’ufficiale conclude la riunione con una domanda
rivolta a tutti i presenti: “chi voi parla inglese?“. Alzo subito la
mano e dico: “Yes, I do. Good morning sir.”
Dopo di me altri alzano a mano, ma Ernest Broucklabank ha già
deciso: “come here ! “ e mi fa cenno di avvicinarmi. Mi è andata
bene, diventerò il suo collaboratore per i rapporti fra gli italiani
e gli inglesi. Avrò una scrivania nell’atrio che precede il suo
ufficio, dovrò verificare le presenze al lavoro, l’aggiornamento
degli elenchi, la consegna dei materiali e degli attrezzi da lavoro.
Sir Ernest ha 52 anni e mi dice che gli ricordo i suoi figli. Mi
parla della sua famiglia: è padre di due gemelli, maschio e femmina
di 17 anni; vive a Blackpool, una nota città balneare inglese ed è
militare di carriera. Mi ha regalato una grammatica inglese
unitamente a sette volumetti di esercizi che conservo tuttora;
inoltre ha incaricato un caporale di correggere i miei compiti. Non
potevo essere più fortunato.
IL RE HA ABBANDONATO ROMA
Ottobre 1943
Il Maresciallo Badoglio (nuovo Capo del Governo Italiano ) ha
dichiarato guerra alla Germania e Mussolini è stato arrestato; poche
settimane dopo, con un avventuroso blitz, è stato liberato dai
tedeschi ed ha costituito la Repubblica Sociale. L’Italia ha due
eserciti: uno al nord con il gen. Graziani; un altro al sud con il
generale Badoglio che combatte con gli Alleati.
Dopo poco più di due mesi il nuovo Campo è agibile e cominciano ad
arrivare i primi gruppi di P.O.W. Fra questi tutti quelli che ci
hanno insultato, minacciato e lanciato sassi. Non sanno nulla di
quanto è avvenuto in Italia. In un primo momento vi è grande
imbarazzo, ma la gioia di rivederci è sincera. Riabbraccio Stabilini
e Pagani.
È stata ricostituita la squadra di calcio sostenuta dal Comando
inglese e gli incontri all‘interno ed all’esterno sono frequenti.
Incontriamo rappresentative di prigionieri e squadre di varie unità
britanniche. Gli spostamenti in autocarro mi consentono di vedere,
sia pure in modo molto approssimativo: Gerusalemme, Tel Aviv -
Jaffa, Rehovot e di conoscere numerosi giovani ebrei che vivono nei
Kibbutz.
Il nostro gruppo (quello che per primo ha lasciato, in un momento
difficile, il Campo “308“) integrato da altri prigionieri (camerieri
e cuochi nella vita privata) è stato trasferito in una Scuola di
allievi ufficiali britannici con gli stessi compiti svolti al 322.
Dovremo, anche qui, operare nelle mense e nelle cucine oltre a
collaborare ai lavori di manutenzione dell’insediamento. Saluto e
ringrazio l‘ R.S.M., anche per aver acconsentito ad inserire nel mio
gruppo gli amici Pagani e Stabilini.
Febbraio 1944
Mi consegnano due paia di pantaloni e due camice; sulle spalline si
legge ( rosso in campo bianco) “ ITALY ”. Siamo coordinati da un
ufficiale inglese che parla correttamente sette lingue. Sono
assegnato in qualità di cameriere alla mensa della truppa britannica
addetta ai servizi del Campo. Gli orari, il lavoro ed i rapporti con
i soldati britannici sono ottimi.
Dopo alcuni mesi il primo incidente. Noi e gli inglesi, armati di
mescoli e forchettoni distribuiamo il menù del giorno ai soliti
commensali. Alla fine, il servizio dovrebbe proseguire anche per un
centinaio di soldati di colore provenienti dal Ceylon i quali,
davanti alle marmitte fumanti, sono in paziente attesa con i loro
vassoi. Mentre sta per iniziare la distribuzione i “colleghi”
inglesi abbandonano il lavoro. Chiedo al sergente responsabile della
mensa per quale motivo noi dovremmo continuare mentre loro lasciano.
La sua arrogante risposta è questa: “noi non serviamo i negri ”.
Dopo una breve consultazione, questa è la risposta, provocatoria,
del nostro gruppo: “ non abbiamo nulla in contrario a continuare il
lavoro, ma noi, italiani, discendenti da quegli antichi romani che
hanno portato la civiltà nel vostro Paese, senza di voi non
lavoriamo.”
Arriva la Polizia Militare e dopo un breve tafferuglio gli inglesi
riprendono il servizio e due MP (Military Police) ci accompagnano
nella prigione del Campo. Siamo in cinque chiusi in una stanza di
otto metri quadrati e lì ci lasciano per un giorno e due notti senza
cibo, senza acqua e senza coperte. Non ci consentono di uscire dalla
stanza per utilizzare i servizi e “tutto” deve essere fatto, ( in
equilibrio, accucciati su una sedia ) nel “bidone” senza coperchio,
introdotto nella stanza solamente dopo “rumorose” richieste. La
stanza è dotata di un solo finestrino quadrato con inferriata di
mezzo metro per lato.
I soldati del Ceylon (oggi Stato indipendente, Sri Lanka ) sono
partiti e noi riprendiamo il solito lavoro. Quel Sergente arrogante
non lo vedremo più, dicono i suoi colleghi che è stato inviato in
Italia.
Il Tenente interprete che coordina la nostra attività, mi consiglia
di perfezionare la conoscenza della lingua inglese e mi regala una
guida utile per un turista che entra in un ristorante: “Studia, ti
sarà utile”.
TRASFERITO ALLA MENSA UFFICIALI
Il Tenente Najib Tual è un arabo, ha studiato in una scuola
cattolica a Gerusalemme, si è laureato in Inghilterra ed è figlio di
madre cristiana (una delle tre mogli) di un ricco beduino ( i figli
sono educati secondo la religione delle madre). Dopo una settimana
mi chiama e mi comunica il mio trasferimento alla mensa ufficiali.
L’ambiente non mi piace proprio, per una giornata osservo dalla
finestrella del magazzino come lavora il cameriere inglese il quale
dopo cena, mi insegna le basi necessarie per operare validamente, Mi
dice che agli scozzesi devo servire il “porridge” con il sale,
mentre agli inglesi deve essere servito con lo zucchero, mi fa
vedere come si apparecchia la tavola, imparo a porgere i piatti da
sinistra ed a toglierli da destra. Quasi tutti sono ufficiali in
carriera, boriosi, altezzosi, sempre insoddisfatti del menù e di
tutto quel che facciamo noi italiani; alcuni mi insultano e mi
provocano. Rimpiango la genuinità e l’amicizia dei soldati che
lavoravano con me alla mensa della truppa e, dopo aver sopportato
per quindici giorni insulti e pesanti cattiverie, inevitabilmente
reagisco.
Un maggiore che ha partecipato allo sbarco in Sicilia e dovrà
ritornare in Italia nei prossimi giorni, durante la cena, racconta
le sue avventure in terra di occupazione. Capisco che sta parlando
con disprezzo del mio Paese, ma continuo il mio lavoro. Quando gli
porgo il piatto mi dice: “ no tomatos “. Vado in cucina e ritorno
senza pomodori, mi dice,“ no cabbices “, non batto ciglio; vado e
ritorno senza cavolfiori; “ no potatos “ , tolgo le patate, ritorno
e, lui, nonostante sia disapprovato dai suoi colleghi, sghignazzando
mi urla: “It is to cold “; è troppo freddo. Torno in cucina, prendo
un piatto fondo, metto un pezzetto di carne a galleggiare in un
mescolo di sugo bollente e ritorno da lui; lo guardo fisso negli
occhi; una breve pausa e sorridendo gli verso il tutto sulle
ginocchia esclamando: “ I’m very sorry. sir “ Alcuni secondi di
silenzio ed arriva, con mia grande sorpresa, la risata generale dei
suoi colleghi. Lascio la sala mensa di corsa e vado direttamente
verso la prigione dove mi consegno al sott‘ufficiale di servizio.
Due notti e un giorno di prigione con un solo litro d’acqua e mezza
pagnotta, durissima.
Verso sera del terzo giorno arriva sorridente il Tenente arabo che
mi dice:“ Tutto è finito. Il Maggiore che hai maltrattato è partito
per l’Italia ed a me serve uno che sappia capire la lingua. Sono
certo di potermi fidare di te. Preparati perché domattina ti
accompagnerò al nuovo posto di lavoro.
Najib Tual mi ha affidato un lavoro particolare : sarò
quotidianamente a contatto con gli ufficiali britannici. Il tenente
interprete mi dice: “ … dovrai riordinare il salone, i due salotti,
la biblioteca fornita di libri, giornali, riviste e confortevoli
poltrone. Inoltre, poiché la “Scuola“ è divisa in due sezioni, nord
e sud, dovrai aiutarmi a migliorare il collegamento fra gli italiani
ed i britannici che operano nelle due distinte parti distanti circa
un chilometro una dall’altra”.
Nel mio tempo libero dovrò studiare la lingua inglese. Najib Tual mi
raccomanda riservatezza e prudenza nei rapporti con gli ufficiali.
Ma, dopo un paio di mesi, mi capita un altro infortunio. Alcuni
ufficiali che non brillano, certamente, per la loro educazione,
lasciano per terra, ovunque, mozziconi di sigarette, non si
puliscono le scarpe nonostante gli zerbini, i cestini ed i
portacenere che io ho sistemato nei salotti e nel giardino. Sono
solo e posso fare - bene - la pulizia, spostando all‘esterno della
sala mobili e tappeti solo alla domenica. Durante la settimana,
anche per la presenza degli ufficiali, non trovo il tempo
sufficiente e mi limito a scopare sotto i tappeti i mucchietti di
polvere. Conseguentemente, in alcuni punti del salone si sono creati
dei rigonfiamenti; ed e proprio in uno di questi che va ad
incespicare l‘anziano claudicante Colonnello Comandante della Scuola
con inevitabile rovinosa caduta: clavicola fratturata.
Najib Tual provvede alla mia sostituzione e non solo non vengo
punito, ma, a causa di certi suoi “impegni personali“ esterni al
Campo, mi nomina suo aiutante. Devo ritirare ogni mattino dall‘
“Orderly-Room” le disposizioni di servizio che riguardano gli
italiani, e informare, conseguentemente i vari gruppi delle
sostituzioni ed integrazioni necessarie al funzionamenti dei
servizi.
NATALE 1944
San Giovanni d’Acri
Il complesso nel quale presteremo la nostra attività sorge sulla
riva del mare ed è formato da gruppi di baracche in mezzo al verde.
Siamo a meno di un chilometro dalla cittadina fondata dai Crociati e
diventata successivamente con la conquista di Gerusalemme, capitale
del Regno Crociato. Dalla finestra della mia baracca vedo le mura,
il forte della città, il quartiere dei Cavalieri di Malta e la
magnifica spiaggia.
In una grande Caserma per Allievi Ufficiali, unitamente a soldati
inglesi, una cinquantina di italiani collabora alla gestione dei
servizi del Campo. Sulla spallina destra della camicia un nastrino
in campo bianco è scritto in rosso “ITALY”.
Siamo una decina, liberi da impegni di lavoro e assistiamo al rito
religioso celebrato da un sacerdote protestante. Dopo la cerimonia
ci appartiamo nella nostra baracca. Ascoltiamo gli schiamazzi ed i
canti dei britannici che festeggiano il Santo Natale con il
tradizionale, anche per loro, cenone natalizio. Ci guardiamo l’uno
con l‘altro in silenzio, ascoltiamo la radio e attendiamo il ritorno
dei nostri compagni occupati nelle mense; dopo mezzanotte arrivano
con arrosti, dolciumi, bottiglie di vino e di birra.
I nostri due cuochi hanno confezionato, un menù eccezionale, ma
nessuno mangia, nessuno sorride, nessuno parla. Nel salone-ritrovo,
da noi volutamente tenuto semibuio, un napoletano inizia a cantare
“Marechiaro”, risponde un milanese con “Oh mia bela madunina”,
continuano gli alpini con “il Capitano comandante la Compagnia ”, il
“ ta-pum, ta-pum, ta-pum” il coro del “ Nabucco”….. commozione,
qualche furtiva lacrima.
Sono lontano da casa da tanto tempo (è il quarto Natale dal 1940) e
comincio ad immaginare le difficoltà che dovrò affrontare al mio
ritorno in Patria. Un fatto mi è ben chiaro, in Italia non userò la
macchina da scrivere e tanto meno coordinerò le presenze al
lavoro di camerieri, cuochi e giardinieri ecc., e nemmeno farò
l‘apprendista interprete; tornerò in Italia augurandomi di trovare,
in tempi brevi, lavoro in qualche officina meccanica.
Quando devo accompagnare all’Ospedale Militare di HAIFA coloro che
necessitano di visite specialistiche il pass mi consente di chiedere
l’autostop a tutti i mezzi inglesi.
Ne parlo con Najib Tual (un ufficiale inglese con il quale
collaboro) e, tramite lui dico del mio desiderio ad un altro
ufficiale che mi saluta sempre con cordialità. È innamorato
dell‘Italia e quando può mi chiede di Firenze, di Venezia, di Roma e
del suo desiderio, dopo la guerra, di fare un viaggio in Italia con
la sua famiglia. Dopo una settimana, grazie al suo intervento ed a
quello di Najib Tual il quale, anche se dispiaciuto, ha validamente
sostenuto la mia richiesta, sono trasferito in una caserma di
soldati inglesi a Rishon Le Zyon e poi a Tel Aviv in riva al mare.
Lavoro con altri sette italiani in un’officina meccanica su tre
turni di otto ore. Il turno per noi italiani è sempre fisso, dalle
13 alle 21, mentre i due turni inglesi si alternano nelle altre 16
ore. Il lavoro consiste nella manutenzione di materiale ferroviario
e, con il nostro arrivo, anche della produzione di pezzi di
ricambio. I miei nuovi compagni di lavoro sono operai molto capaci e
non c’è problema che venga risolto senza chiedere la nostra
partecipazione.
Alla domenica possiamo muoverci liberamente. Incontriamo i giovani
ebrei i quali vivono serenamente una vita di grandi sacrifici.
Qualche volta prendiamo l‘autobus e con loro passeggiamo liberamente
per i vicoli della Medina di Jaffa e per le strade di Tel-Aviv;
oppure facciamo il bagno sulla spiaggia che si vede a circa 500
metri dal nostro alloggio. Attendiamo tranquilli il giorno del
nostro ritorno in Patria
In spiaggia a Tel Aviv: da sinistra i paracadutisti bresciani:
Filippini (Bagnolo Mella), Bugatti Lumezzane, Compagnoni (Brescia),
Senna di S. Genesio (Pavia)
Marzo 1945
È domenica e stiamo avviandoci verso la spiaggia dove trascorreremo
la giornata. Un ufficiale inglese ci ferma e dice:“ ho una notizia
importante per voi ”.
Ci legge un Ordine di servizio che prevede il nostro trasferimento
in Egitto.
Salutiamo gli amici inglesi e prepariamo il nostro sacco. Mi porto
gli indumenti (nuovi) che ho acquistato in un magazzino militare, i
miei libretti (Essential English) le mie poche cose ( il guscio di
una tartaruga e di un granchio gigante ) la gavetta, le posate ed
una coperta perché in Egitto, non troverò sicuramente una situazione
simile a quella che sto per lasciare.
A bordo di un autocarro partiamo per la nuova destinazione.
Passiamo da Gaza e rientriamo in Egitto. Attraversiamo il deserto
del Sinai ed a notte fonda ci rendiamo conto di essere ritornati al
Campo 308.
In un recinto del Campo con circa un centinaio di altri
“cobelligeranti ” siamo in attesa di conoscere la prossima
destinazione. Gli anziani prigionieri che incontro fuori dalla
gabbia quando vado a fare la “spesa viveri”, mi dicono che siamo
fortunati perché andremo in Italia ( a Napoli ) per lavorare nei
cantieri navali.
Dopo una settimana, presentato da un R.S.M. ascoltiamo in piedi ben
allineati e coperti così come vuole la rigida disciplina
dell‘Esercito britannico un Colonnello che esordisce dicendo. “
tutti sedere terra,” ci guarda sorridendo e dice: “mi odiate tutti?
; riceve,un inaspettato applauso. Un po’ sorpreso continua a parlare
- a braccio - in un “italiano“ incomprensibile; forse vuol elogiare
la nostra decisione, forse la nostra capacità di lavoro; solo alla
fine del discorso quando un ufficiale gli porge un foglio che egli
legge, riusciamo a capirlo. ” ..….d’intesa con il Governo italiano
la vostra destinazione è l’India …“
Urla, proteste, richieste di esonero per gli ammogliati con e senza
figli, non dovrebbero partire quelli delle classi 1916 e 1917 ( sono
ininterrottamente in servizio dal 1939 ).
Gli inglesi sollecitano la presentazione di domande di esonero,
devono essere corredate dalla descrizione di dettagliati motivi
familiari. Gli inglesi raccolgono tutto, ascoltano con interesse, ma
non danno alcuna risposta né lasciano filtrare la minima
indiscrezione.
Per quanto mi riguarda io non me la prendo più di tanto. Vedrò un
grande ed esotico paese: l‘India. Trascorrono due settimane e
finalmente si parte
Siamo 150 metalmeccanici provenienti da vari Campi . Un breve
tratto in autocarro e poi in treno. Alcuni soldati inglesi che ci
accompagnano dicono: “ se il treno va verso Porto Said ( Mar
Mediterraneo) andrete in Italia, se invece si dirige a Sud (Mar
Rosso) mettetevi il cuore in pace perché andrete in India”. Siamo
tutti affacciati ai finestrini e leggiamo ripetutamente sugli
indicatori stradali “ Ismailia “. La posizione del sole ci dice che
stiamo andando a nord. Sembra proprio vero. Andremo in Italia.
Il convoglio arriva a Porto Said. Dalla stazione ferroviaria,
carichi del nostro fagotto, marciamo ordinati e sorridenti, verso
una grande nave all’ancora. Saliamo su uno zatterone che si avvicina
alla nave, iniziamo la salita arrampicandoci sulle scale di corda
che penzolano dal ponte.
I soldati inglesi dall’alto lanciano monetine sulla zattera e non
riusciamo a capire il motivo degli insulti che ci rivolgono a
squarciagola. Io sono nel mezzo del gruppo che si sta arrampicando;
sul ponte è iniziata una rissa furibonda, la tensione ed il
risentimento contro gli inglesi si sono accresciuti. Quando anch’io
arrivo sulla nave mi butto, armato della mia gavetta, mi lancio
nella mischia. Arrivano una ventina di M.P.( Military Police i
quali, senza alcuna distinzione fra noi ed i loro commilitoni,
distribuiscono manganellate ai protagonisti della battaglia. Gli
inglesi si ritirano e noi veniamo convogliati nei posti che ci hanno
assegnato. Hanno chiuso le uscite e per tutto il pomeriggio e la
notte nessuno si fa vivo. Nemmeno per darci da mangiare e bere.
La nave parte, dagli oblò al pelo dell‘acqua ( siamo chiusi nella
sottocoperta ) vediamo scorrere le pareti del Canale di Suez.
Nascono i primi dubbi. Al mattino la conferma: ci stiamo avvicinando
ai laghi salati dove vediamo ancorate due grosse navi da guerra
italiane ( sono lì bloccate sin dall‘inizio della guerra ).
A destra ed a sinistra sulle rive del Canale ammiro il paesaggio:
dune, palme, campi coltivati, casupole, qualche capra e tanti
bambini. Arriviamo in mare aperto. Ora siamo liberi di salire sul
ponte della nave. Con comprensibile piacere siamo passati dal tanfo
della stiva all‘aria frizzante del mar Rosso.
Le proteste sono inutili: andiamo in India.
La guerra continua contro il Giappone e noi … siamo cobelligeranti.
“ Napoli è occupata dagli americani; gli alleati combattono a
Cassino e con loro, combatte contro le truppe tedesche, un reparto
dell’Esercito italiano, circa 4.000 uomini.
Il Mar Mediterraneo è ormai lontano. La speranza di andare in
Italia è svanita Alcuni dei nostri piangono. Un sottufficiale
inglese mi consegna un tesserino del quale, qui di seguito ne
riproduco copia.
Un gruppetto di giovanissimi soldati inglesi provenienti
dall’Inghilterra, chiamati alle armi da pochi mesi, ci avvicina ed
inizia subito un dialogo. I motivi della rissa al momento
dell’imbarco sono immediatamente chiariti. Non si capisce da chi e
perché ai nostri compagni di viaggio, più di un migliaio, era stato
detto che noi eravamo soldati italiani “mercenari”.
Il giorno dopo con Guffanti uno dei componenti la mia squadra e
cinque giovanissimi londinesi, formiamo un gruppo con il quale
trascorriamo in allegria ed amicizia i lunghi giorni di navigazione.
Gli amici inglesi concordano con noi nel deplorare la spregiudicata
scorrettezza commessa sulla nostra pelle dai Governi Italiano e
Britannico.
Con le reclute inglesi parliamo delle atrocità della guerra e delle
vicende personali vissute in Albania, in Grecia, in Libia ed in
Egitto, delle nostre famiglie e della speranza di ritornare presto
in pace alle nostre case.
Febbraio 1945
In Europa la guerra è finita, Berlino è caduta ed a Milano il 25
aprile il CLNAI (corpo di liberazione nazionale alta Italia) ha
assunto i poteri civili e militari.
Lasciamo il Canale e passiamo davanti alla statua di Lessep, il
realizzatore del Canale di Suez progettato dall‘italiano ing.
Negrelli. Siamo usciti dalla incredibile e stupefacente autostrada
liquida seguendo la scia di un convoglio eterogeneo di navi. Sono
sul ponte di prua con gli amici e guardiamo emozionati le prime onde
del Mar Rosso frangersi sotto la prua della nostra nave.
Nel Porto di Aden la nave si ferma per due giorni. Imbarca altre
truppe ed effettua i rifornimenti necessari per la traversata. Al
mattino mi sveglia l‘aumento del rombo dei motori, (ron-ron) un
rimbombo che mi seguirà per tutta la traversata.
Un fischio prolungato di saluto e la grande nave affronta il mare
aperto; attraverseremo l‘Oceano Indiano. Siamo diretti in India a
Bombay.
Con il gruppetto degli inglesi sono rimasto sul ponte ad ammirare
il tramonto e l‘orario della cena è stato abbondantemente superato.
Per il notevole ritardo dobbiamo saltare il pasto. Torniamo sul
ponte e siamo affascinati da un nuovo grandioso spettacolo.
La volta celeste è punteggiata da innumerabili stelle, la luna
sembra a portata di mano ed illumina ogni angolo della nave. La
nostalgia di casa nostra ci prende e cantiamo; altri inglesi si
uniscono a noi. Portano birra.
Bombay.
Siamo entrati nella baia, due grandi navi da guerra inglesi sono
attorniate da nugoli di barche e barchette con a bordo uomini
praticamente nudi, che attendono che i marinai lancino loro qualcosa
da mangiare. Sulla banchina del porto si muove freneticamente una
moltitudine di ombre. Non sembrano esseri umani; sono controllati e
spronati al lavoro da uomini vestiti di bianco. Inizia lo sbarco.
Arriviamo in una caserma, situata in un popoloso quartiere; ospita
marinai, avieri, soldati appartenenti alle varie specialità dell'
esercito britannico. Con altri italiani sono sistemato, insieme agli
inglesi, in un ampio stanzone con brande fornite di lenzuola e
coperte. La pulizia dei servizi igienici è ottima ed il rancio
altrettanto.
Gli italiani che lavorano alla mensa sono stati catturati in Libia
nel 1940-1941. Raccontano di aver trovato una situazione infernale.
Non esistevano baracche, c’erano solo capanne; il tetto di lamiera
metallica di giorno si arroventava, l’acqua da bere - di colore
rossastro - provocava dissenterie gravi ed infine il terreno
paludoso era infestato da numerosissimi topolini piccolissimi e da
scorpioni giganti, senza contare l’afflusso dei serpenti in
occasione delle piogge.
“Oggi - afferma il prigioniero anziano che coordina il lavoro delle
cucine - ci troviamo in un vero paradiso; dovrete solo fare
attenzione agli sciami di corvi i quali, durante il percorso ( 100
metri ) che separano la cucina dalla sala mensa, puntualmente,
all’ora dei pasti, sorvolano numerosissimi il Campo e, con picchiate
velocissime agguantano dai piatti il cibo senza nemmeno sfiorare il
piatto ..”.
Siamo rimasti in ventidue, salutiamo con un arrivederci gli altri
italiani che lasciano la caserma in quanto assegnati ad altri
reparti. Trascorriamo nel più completo ozio circa quindici giorni.
Nessuno ci avvicina e nessuno dice a quali compiti saremo assegnati.
6 agosto 1945
I soldati britannici sono impegnatissimi in dure marce e attività
militari varie. Assistiamo ad un momento di intensa attività per gli
inglesi noi, ancora una volta, siamo ignorati.
I nostri amici dicono che siamo vicini ad una zona che potrebbe
diventare “Theater of operations.”
Una notte mi svegliano schiamazzi, spari isolati e raffiche di
mitragliatrice. I “nostri alleati” sono quasi tutti ubriachi. Nella
mia tenda arrivano quegli amici inglesi conosciuti sulla nave, con
una cassetta di bottiglie di birra. Billy, uno scozzese
simpaticissimo, mi abbraccia e dice: “le fortezze volanti americane,
( 6 agosto ) hanno lanciato la bomba atomica su una città del
Giappone. La guerra è praticamente finita.”
Ci uniamo alla festa, alle abbondanti libagioni degli amici inglesi
,,, “
Il giornale del campo riporta i risultati di un torneo di calcio.
Io ero nel campo 12.
Nel Campo di Bairagarh cinque giovani inglesi conosciuti sulla nave
mi scrissero quanto segue (allego anche la traduzione in italiano):
Parlando di P.O.W. non posso non ricordare un caro amico che era
con me in Palestina, il bresciano 0ttorino Pagani (la notte del 23
ottobre 1942, ”servente al pezzo- - rifiutò di collaborare con gli
Alleati.
Meno di un anno dopo il suo ritorno in Italia fu dichiarato inabile
e ci lasciò. La causa della morte: il trattamento ai limiti
dell’umanità ricevuto dagli inglesi al Criminal Camp n° 305.
Voglio ricordarlo con l’amarezza di non essere riuscito a
convincerlo a rimanere con noi.
IL RITORNO ITALIA
La guerra con il Giappone è finita.
Siamo Bombay da circa un mese senza incarichi e attendiamo con ansia
notizie circa il nostro rimpatrio. Arriva un treno e ritroviamo gli
italiani forzatamente imbarcati con noi circa un anno fa a porto
Said in Egitto. Nessuna informazione ci viene fornita. Siamo stati
separati dai britannici che continuano il loro viaggio. Il nostro
gruppo si imbarca su un lungo convoglio che viaggia in senso
contrario per tutta la notte attraversando boschi e paludi; nel
tardo pomeriggio del giorno successivo il convoglio si ferma per
alcune ore in una piccola stazione. Assistiamo ad un brutale
pestaggio degli M.P. (Military Police) impegnatissimi a respingere
senza pietà una folla di civili indiani che vorrebbero salire sul
treno con noi.
Il mattino successivo scendiamo dal treno ed un Maresciallo dei
Carabinieri assume il comando del gruppo ed, in fila indiana, dopo
circa mezz’ora di marcia, arriviamo davanti ad un Campo di “Prisoner
of war.” Siamo un centinaio, poco meno di quelli partiti dall’Egitto
nell’aprile scorso.. Entriamo in una “gabbia” e prendiamo posto in
quattro baracche ben attrezzate: brande (provviste di zanzariera)
coperta e materasso, un sacchetto con piatti e posate. I servizi
igienici sono puliti e decorosi; la cena, ottima, viene prelevata ad
un self-service al quale è collegata una sala ritrovo con tavolo da
ping–pong, libri, riviste e giochi da tavolo. Nessuno parla con noi,
solo un ufficiale indiano ci sorride, ma non dice nulla. La
sorpresa, clamorosa, arriva il mattino successivo.
Il recinto è chiuso fra reticolati,
ai quattro angoli guardie armate indiane ci osservano dall’ alto
delle torrette. Il cancello è sbarrato. Poco lontano, da altre
gabbie prigionieri di guerra italiani ci salutano festosamente, in
un’altra invece, urlano al nostro indirizzo: “venduti, traditori!“.
Nessun britannico si fa vivo ed immediatamente diamo luogo ad una
rumorosa protesta. Urliamo e percuotiamo piatti, lamiere e
quant’altro può far rumore.
Verso mezzogiorno arriva, scortato da sei guardie, un ufficiale
indiano che legge una comunicazione: “siete stati qui riuniti perché
il vostro ritorno in Italia è imminente“.
Il Maresciallo dei Carabinieri che comanda il nostro gruppo chiede,
a nome di tutti, che il cancello venga aperto e, data la nostra
posizione di cobelligeranti, ci sia permesso di uscire dal Campo.
L’equivoco dopo un paio di giorni è superato:
- siamo a Bairagarh, in provincia di Bhopal;
- il comandante del Campo sapeva della nostra condizione, ma non
aveva ordini circa la nostra libertà di movimento;
- da subito, il cancello sarà aperto durante il giorno, e chiuso e
sorvegliato, per ragioni di sicurezza, durante la notte. Una gabbia
vicino alla nostra ospita qualche centinaio di fascisti
irriducibili.
- potremo partecipare ad incontri di calcio, di palla a volo, di
pallacanestro con i prigionieri di altri campi.
L’ufficiale indiano conclude l’incontro e sorridendo dice: “ queste
baracche erano destinate ad ufficiali italiani, ma penso possano
andar bene anche per voi“.
All’esterno della baracca c’è una piantagione di banane; per
coglierle devo solo aprire la finestra ed allungare la mano.
All’esterno del nostro recinto decine di indigeni sono curvi
dall’alba al tramonto, impegnati nel lavoro dei campi; sono schiavi
-compresi i neonati - di proprietà del Marajà. Per noi le regole
sono semplici: gli orari sono solo quelli del breakfast, del lunch e
del dinner. Per il resto della giornata siamo liberi di uscire e
fare quello che ci pare.
Il clima è torrido ed il termometro tocca i 30/35° di notte, 45/50°
di giorno. Il bosco che confina con le nostre baracche fa si che la
calura tropicale possa essere un po’ attenuata. È un susseguirsi di
temporali e di ondate di caldo asfissiante. Il sole non si vede
quasi mai, sembra coperto da un enorme “tendone” grigio, l’umidità è
attorno al 90%. Presto arriveranno le grandi piogge ed altri saranno
i problemi.
LA DIVISIONE DEI PRIGIONIERI ITALIANI A BAIRAGARH
Le autorità delle Forze Armate Alleate sembra favoriscano le
iniziative che, più o meno spontaneamente, si determinano nei campi.
Praticamente la popolazione dei prigionieri italiani è considerata
divisa in tre gruppi:
§ I neri, (gli irriducibili fascisti) quelli che dopo l‘8
settembre 1943 non hanno aderito alle decisioni del Governo
italiano. Sono stati isolati dalla maggioranza dei prigionieri;
§ i grigi, (o papalini) la maggioranza, quelli che hanno deciso di
non scegliere;
§ i bianchi (noi) coloro che hanno deciso di collaborare con gli
“Alleati”, prima dell‘otto settembre 1943.
§
Dopo circa una settimana, all’alba, ci sveglia all’improvviso lo
scoppio di un petardo lanciato sul retro della nostra sala ritrovo.
Dall’indagine svolta dagli inglesi, lo scoppio è attribuibile ai
fascisti del campo vicino al nostro.
Il mattino successivo, d’intesa con il Comandante indiano del Campo,
il nostro Maresciallo si presenta nella loro gabbia al momento della
“conta” mattutina e parla a questi nostri compatrioti informandoli
sugli scenari della guerra e degli sviluppi della situazione
politica italiana. Con questo coraggioso intervento l‘episodio è
considerato chiuso. Dopo un paio di settimane, anche gli
“irriducibili” partecipano, con le loro squadre, alle gare ed ai
tornei programmati.
La sabbia e le mosche del deserto, la fame, la sete, gli amici
feriti, i caduti, la nostalgia della mia mamma e della mia casa sono
un ricordo che diventa ogni giorno sempre più angoscioso. Alla sera,
ci riuniamo all’esterno della sala ritrovo e diamo vita a nostalgici
cori. Oltre alle immancabili: “ mia bela Madonnina, Marechiaro, la
Montanara, ecc.” cantiamo le canzoni dei film interpretati da De
Sica, Buscaglione, Luciano Tajoli, ecc. “Mamma … “ Parlami d ‘ amore
Mariù …” Non dimenticar le mie parole…, “ “Come delizioso andar
sulla carrozzella” … Dai film in lingua inglese, che due volte alla
settimana vengono proiettati nel campo, ho imparato alcuni brani
delle colonne sonore…….
“
when they begin the beguine
it brings back a sound music so tender ,
…..till you whisper to me darling, I love you ……
….when they begin the begin.....
You are always in my heart
Even when you are far away
... I don’t know exactly when, dear
but I know will meet again…
je suis seul ce soir avec mes rèves, “je suis seul ce soir sans ton
amour…
....tout se brise dans mon coeur lourd .
né me lasse pas seul sans ton amour
I walk in the moonlight, the silver moonlight,
I talk with my echo, I walk with my shadow
the star above, ……
We three always for you, till eternity,
my echo, my shadow and me….
Kiss me again, Kiss me my darling
each time i cling to your kiss i hear music divine, .
besame, besame mucho
hold me for ever and say that you always be mine….
CHIEDIAMO NOTIZIE RELATIVE AL NOSTRO RIMPATRIO Settembre 1945
I giornali e la radio parlano dell'Italia e del nuovo Governo
Italiano. Nel mese di luglio l’Italia ha dichiarato guerra al
Giappone. Sono partito da Brescia nel gennaio dell'anno 1940 e fra
pochi mesi è Natale. Salvo una settimana nel gennaio 1942, sono
quasi sei anni della mia vita ed è il quarto Natale che trascorro
lontano da casa.
. Siamo tutti in angosciosa attesa del nostro rimpatrio. Alle nostre
sollecitazioni e proteste, la risposta degli inglesi è monotonamente
ripetitiva: “ ship is not available”. Un ufficiale indiano che ha
fatto la guerra in Egitto ed è decisamente contrario alla permanenza
degli inglesi nel suo Paese, coglie ogni occasione per parlarne con
noi; senza alcun timore egli afferma che molti suoi compatrioti -
ora che la guerra è finita - sono pronti alla ribellione per
scacciare gli inglesi dall’India. Dice che fa parte dell‘Armata
Nazionale “Jai Hind “ (India libera), che è discepolo di Gandhi.
(nessuno di noi sa chi è Gandhi). Da questo amico apprendiamo alcune
informazioni in merito alle sempre più insistenti voci del nostro
rimpatrio.
Sembra che per primi partiranno i cobelligeranti: (noi) coloro che
hanno lasciato i reticolati, per una scelta prima dell’otto
settembre 1943. (gli inglesi ci chiamano il “gruppo di Italia
Libera”) Unitamente a noi partiranno i veterani catturati nel 1941 e
gli over fifty.
Il secondo scaglione - i grigi - Coloro che hanno accettato di
collaborare dopo l’otto settembre, che partiranno secondo un
rigoroso ordine di cattura e di età.
Nessun accenno viene fatto circa il rimpatrio dei “neri “per i quali
“ship not available “ sarà l’ unica risposta che riceveranno per
oltre un anno.
Una notte sotto una pioggia che solo in India è possibile vedere, si
spalanca la porta della baracca e si accendono tutte le lampade.
Sono le ore due. Dopo aver ascoltato i primi rumorosi e risentiti
commenti per la sveglia imprevista, l‘ufficiale indiano, discepolo
di Gandhi, sale su un tavolo ed urla con entusiasmo:
Domani tutti voi parte Italia
Da sotto le brande compaiono bottiglie di birra, di “grappa
artigiana “; una bottiglia di whisky l‘ha portata l’ ufficiale
indiano. Abbracci, baci, canti, pianti di gioia.. È una storica
sbornia collettiva. Mi sveglio alle dieci del mattino successivo..
Si parte: la conta e l’appello nominativo vengono effettuati nel
campo di calcio allagato; l‘acqua arriva alle caviglie. Cammino con
grande sforzo sotto una pioggia torrenziale carico del mio sacco e
della valigia. La strada, trasformatasi in un torrente di fango, mi
ricorda le montagne d‘Albania. Alle ore 22.00, ansimante arriva
l‘ultimo gruppetto. Dopo due giorni di viaggio, dando la precedenza
agli interminabili convogli addetti al trasporto dei militari
(impressionante lo spettacolo dei tetti dei vagoni letteralmente
gremiti da famiglie di civili) arriviamo alla periferia di Bombay.
Alcuni giorni di sosta all’ interno del porto, praticamente
abbandonati come una mercanzia qualsiasi sul molo, all‘addiaccio
senza nemmeno una coperta per la notte, finalmente ci imbarchiamo.
Viaggiamo nella stiva, al buio, quasi tutti dormiamo sul tavolato
uno addosso all’altro. Alcuni, i più anziani, in preda a crisi
depressive urlano e litigano senza motivo; rimangono sdraiati per
terra con gli occhi fissi nel vuoto. Il freddo è intenso. Tempeste e
mal di mare sono il solo ricordo del mio ritorno..
Sorpassiamo Massaua, Suez, ed entriamo nel Canale; poi Porto Said e
il mar Mediterraneo. Siamo tutti sopra coperta, fra poche ore
vedremo la costa italiana; nessuno sorride, si parla a bassa voce,
una gran tristezza avvolge tutti. Cosa troverò in Italia, come
troverò mia madre e mio fratello ? Troverò lavoro ? Sono le domande
che ognuno sussurra a se stesso.
LA NAVE È ENTRATA NEL PORTO DI TARANTO
14 gennaio 1946
Sin dalle prime luci dell’alba, sono sul ponte addossato al
parapetto con tanti altri; il rimorchiatore prende a rimorchio la
nostra nave; il mar Grande, il mar Piccolo, la banchina del porto.
Inizia la manovra dell‘attracco; si sente il cigolio dell‘ancora che
scende in mare. Il momento è inquietante ed angoscioso. Sul molo ci
sono alcuni soldati italiani ed inglesi, nessun civile, nessuna
autorità, nessun parente, nessun curioso, nessuno, nessuno !?
Hanno gettato la passerella; un sottufficiale britannico occupa la
via d‘uscita e urla con enfasi : “ The first one ! … go on ! “ ed
inizia a contare ad alta voce; di sotto, in territorio italiano,
fanno la stessa cosa un ufficiale italiano ed alcuni funzionari
della Croce Rossa. Il carico umano è stato sdoganato.
Un sacerdote è l’unico italiano che ci regala un sorriso; avvicina
una decina di noi sdraiati sul nudo pavimento del porticato della
Caserma e ci invita nei locali della parrocchia. Ci offre un
abbondante minestrone caldo (sono le ore 23.00) e ci consente di
dormire in un’aula della scuola di catechismo.
Le procedure: l’interrogatorio, la verifica dei dati personali, i
timbri e le firme richiedono alcuni tormentati giorni di angosciosa
attesa. Il rancio oltre che disgustoso è insufficiente. Dopo tre
giorni, unitamente ad una pagnotta, al foglio di licenza in attesa
del congedo mi consegnano il prospetto delle spettanze da me
maturate dal 23 ottobre 1942 al 14 febbraio 1946 Sono senza una
lira, ed ho fame, e non ci pagano. Potrò ritirare detta somma a
Brescia solo il 23 marzo 1946.
Non sono previsti treni o altri mezzi di trasporto per il ritorno
alle nostre case. Ognuno dovrà arrangiarsi. Il viaggio di ritorno
(scacciato a pedate dai treni riscaldati riservati ai soli militari
alleati) lo effettuo prevalentemente sistemandomi nella cabina del
frenatore dei treni merci.
Un centinaio di ex prigionieri di guerra infreddoliti e avviliti,
attendono di trovare un posto sul primo treno diretto a nord. Riesco
a salire su un merci che terminerà la sua corsa a Napoli. Al posto
militare di ristoro non è possibile entrare: è affollato di civili
che chiedono cibo. Sono scene penose che, purtroppo, ho visto tante
volte in Albania in Grecia.
Non avrei mai immaginato di rivederle in Italia.
NEVICA, rincorro un treno che si è fermato per pochi minuti, mentre
si rimette in moto con una manovra spericolata riesco a salire
sull’ultimo vagone. Sono semi addormentato rannicchiato sul
pavimento vicino alla toilette; arrivano due soldati che urlano
qualcosa nella loro lingua.
Faticosamente riesco a dire: “ I’m a Prisoner of war. I’m coming
from India I have left Italy six years ago. I’m going home...”. I due sono americani
sorridono, mi aiutano ad alzarmi da terra, mi danno manate sulle
spalle e mi invitano
entrare nel loro scompartimento; mi rifiuto e fermo sulla soglia
dico: “ No shower, no bath, I’ m dirthy, filthy. My dresses are full
of louses” .
Mi siedo sul seggiolino nel corridoio, mi portano una tazza di caffè
caldo, pane e una scatoletta di formaggio. Altri soldati nel
frattempo si sono avvicinati, mi offrono birra; dimostrano una
cordialità veramente inattesa. Non capisco quasi nulla di quello che
mi dicono, ma i loro atteggiamenti esprimono tutto quello di cui in
questo momento ho bisogno: un po’ di calore umano. Mi addormento
seduto sullo sgabello nel corridoio e poco dopo ( 2 / 3 / 4 ore ? )
mi svegliano. “ Get ready . Next stop is Rome..... Good luck ! “.
Stringo alcune mani, mi danno un sacchetto che contiene due filoni
di pane bianco, tre pacchetti di sigarette, una bottiglia di birra.
Mi vogliono dare del denaro che rifiuto. Ho le lacrime agli occhi,
sono commosso, ma riesco a trattenermi. Il treno si è fermato fuori
dalla stazione e dopo pochi minuti riparte. Sono solo in piedi, in
mezzo ai binari. Per la prima volta piango.
UN TRENO RISERVATO
alle truppe alleate si ferma. Lo tengo d'occhio e dopo circa
mezz’ora riparte. Sono le ore 23.00 e decido di tentare. Lo rincorro
e, anche se ostacolato dalla mia valigetta di legno e dal sacco,
riesco a salire sull’ultimo vagone; mi chiudo nella toilette.
Bussano, ma io non rispondo, esco solo quando il treno aumenta la
velocità. Un soldato inglese con la mano nella patta dei pantaloni
slacciati, entra furioso. Quando esce mi chiede “tu tagliano ?”
rispondo affermativamente. Mi dà uno schiaffone
( la sua mano, mi sembra grande come un badile ) che mi scaraventa
nello scalino della porta d‘uscita del vagone. In posizione fetale,
non mi muovo e non rispondo alle sue invettive.
Siamo ad Orte, poche decine di chilometri dopo Roma; il treno
rallenta e si ferma. Arriva un M.P. (Military Police) urla parole
incomprensibili, ma il suo gesticolare e le espressioni del suo
volto sono inequivocabili; non mi alzo da terra, anche per evitare
un probabile calcione, in ginocchio apro la porta e mi lascio
scivolare sul marciapiede. Sono le quattro del mattino e c’è un
traffico intenso di treni affollati di truppe alleate; alcune
carrozze possono ospitare anche i civili, ma è impossibile salirvi,
sono prese d' assalto. Dopo un paio di tentativi rinuncio e decido
di attendere un altro treno. Trascorro la notte in un sotterraneo
della stazione al caldo su una branda con coperte, non ci sono docce
e tanto meno acqua calda, ma dopo tanti giorni dormo bene; anche i
pidocchi, mi sembra, si sono presi una vacanza.
La Polizia Ferroviaria non consente a nessun italiano di salire sui
treni riservati ai militari alleati. Annunciano una “tradotta” in
partenza alle 22.00. Passa un treno merci con una decina di vagoni
scoperti, è gremito all’inverosimile da ex prigionieri e civili.
Sembra il tetto di quei treni affollatissimi che ho visto in India.
Rinuncio al piatto caldo perché è impossibile avvicinarsi al
pentolone del rancio a causa dei tanti civili che fanno la coda..
Dopo alcune ore un altro treno merci rallenta, lo prendo al volo. I
vagoni sono chiusi, ma riesco a sistemarmi nella cabina del
frenatore in un pianale senza sponde. Arrivo a Firenze quasi
congelato. Su un altro marciapiede è in sosta un treno “riservato
alle truppe alleate” diretto al Brennero, la porta dell' ultimo
vagone è aperta, salgo e mi chiudo nella toilette; quando parte esco
e constato che l’intero vagone è riscaldato ed è completamente
vuoto, mi sdraio sul pavimento fra due sedili, non solo per non
sporcarli, ma anche perché sotto i sedili c’è il radiatore che
riscalda lo scompartimento
Mi sveglia un calcio replicato varie volte con rabbia. È un sergente
italiano della Polizia Ferroviaria. Tento di dirgli chi sono ed egli
mi dà uno schiaffo in pieno viso; inferocito mi avvento contro di
lui, lo abbraccio, è molto più robusto di me, lo graffio con rabbia
in viso e riesco a mordergli un dito; lui urla, sento il sapore
dolciastro del sangue in bocca, ma non lascio la presa; ho perso
completamente il controllo. Alcuni ufficiali inglesi ci separano e
lui mi mette le manette.
A Bologna mi accompagna, ammanettato,al posto di Polizia. Al
Maresciallo dei Carabinieri dice che io l’ ho insultato ed
aggredito, mostra il dito fasciato ed un paio di cerotti sul viso.
Io non parlo, anche se perdo sangue dal naso; sono veramente
soddisfatto. Sono contento, anche perché vedo che il poliziotto si
sta grattando sotto il collo della camicia e sotto le ascelle; credo
proprio di avergli trasmesso qualche famigliola di pidocchi.
Quando rimango solo con il Maresciallo racconto il mio avventuroso
viaggio; il sottufficiale non fa commenti e mi chiude in una stanza,
riscaldata. Poco dopo un Carabiniere mi porta una buona minestra
calda, pane, spezzatino di carne al sugo e sorridendo dice: “Questa
branda è tutta per te, fra tre ore c’è un treno per Parma. Non
preoccuparti, provvederò io a svegliarti”.
Arrivo a Parma alle ventitre. Il Centro di Ristoro è funzionante ed
accogliente. Una anziana signora mi avvicina e dice: “Cosa vuoi ?
tagliatelle o tortellini ? … “ la interrompo: “no grazie. Ho freddo
e desidero solo dormire”. Mi sistema in una poltrona sgangherata
vicino alla stufa, mi da una coperta e mi accarezza più volte il
viso. Verso le due del mattino sento un brusio intenso che in breve
diventa un baccano infernale. È in arrivo un treno per Verona;
civili, militari, ex prigionieri lo prendono d‘assalto. Intervengono
i Carabinieri che riportano l’ordine; io rimango a terra. Parto, nel
pomeriggio, da Parma per Verona con un treno merci, ospita un
centinaio di ex prigionieri. Mi unisco a due bresciani miei vicini
di casa a Brescia, sono ben vestiti: giacche e pantaloni militari ed
un confortevole cappotto, rientrano dall’Egitto.
Non mangio da ieri, anche loro sono affamati, comunque hanno un
fiasco di vino che si rivela quanto mai provvidenziale per
combattere il freddo gelido. Ci sistemiamo nella solita cabina del
frenatore avvolti dal nevischio all’aperto; generosamente i due mi
stringono in mezzo a loro e mi proteggono dal gelo con i loro
cappotti. Alle quattro del mattino arriviamo a Verona, sono ormai
vicinissimo a casa e decido di non approfittare dell’ospitalità
dell’efficiente Centro Militare di ristoro. È in partenza un treno
per Milano. Dopo un “dibattito” violento con un ferroviere che non
vuole farmi salire senza biglietto, grazie anche all’energico
intervento in mia difesa dei due amici bresciani (loro si fermano a
Verona) riesco a salire sul treno.
ALLE SEI SCENDO ALLA STAZIONE DI BRESCIA,
vado al posto di ristoro, non c’è nessuno, solo una suora
affettuosissima; mi fa sedere vicino ad una stufa che emana un
delizioso tepore, mi porta caffelatte bollente, pane per una maxi
zuppa e mi fa pregare con lei. Non posso avvisare la mamma del mio
arrivo, il telefono (e la vasca da bagno) allora erano un lusso
riservato a poche persone. Nel piazzale della stazione osservo le
macerie degli edifici ammucchiate ai lati del piazzale. La
testimonianza dei bombardamenti è ben visibile ai lati delle strade:
in Corso Martiri della Libertà, all’incrocio di Corso Palestro ed in
Piazza Rovetta. Nel mio quartiere, fortunatamente non c’è traccia di
bombardamenti.
Arrivo in Via Elia Capriolo, salgo le scale, la porta è solo
accostata, busso e sussurro “mamma ” . Un abbraccio interminabile.
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Non mi stancherò mai di ripetere l’auspicio pronunciato dal
Presidente della Repubblica ad El Alamein il 25 ottobre 2008
presente il Ministro della Difesa:
“… rendiamo dunque omaggio alle virtù morali e alle straordinarie
doti di coraggio di cui decine di migliaia di uomini diedero
incontestabile prova. Tutti furono guidati dal sentimento nazionale
e dall’amor di Patria, per diverse e non comparabili che fossero le
ragioni invocate dai Governi che si contrapponevano su tutti i
fronti nel secondo conflitto mondiale.
Fu una sconfitta che non avrebbe gettato alcuna ombra sui valori di
lealtà e di eroismo dei combattenti italiani e tedeschi, ma che fu
dovuta - non solo - ad El Alamein, alla soverchiante superiorità di
uomini e di mezzi dell’opposto schieramento, ma alla storica
insostenibilità delle ragioni delle motivazioni e degli obiettivi
dell’impresa bellica nazi-fascista.
Tutto questo è oggi e da un pezzo, alle nostre spalle: ma non va
dimenticato. Ed è giusto dire che i veri sconfitti – anche sulle
sabbie di El Alamein – furono i disegni di aggressione e di dominio
fondati perfino su dottrine di aberrante superiorità razziale….”
per leggere il
vecchio materiale pubblicato sul sito dei paracadutisti di Brescia,
pagina dei reduci
articoli pubblicati:
- Le mie memorie dal fronte - Auguri Gino! Un compleanno,
un lancio, un ricordo - un giorno davvero speciale - 19 luglio 2009 - Il lancio
trigenerazionale di Gino (88 anni) , Aldo (56) e Gabriele Compagnoni
(20) - L'ultimo volo di Italo Balbo:
il suo aereo nel 1940 fu abbattuto per sbaglio? L'incontro con chi
diede l'ordine.... - Paracadutisti: almeno una
volta andate ad El Alamein! - Centocinquant'anni dall'unità
d'Italia: storia del tricolore - 22-23 aprile 2010: 65°
anniversario dell'"Operazione Herring" - Dopo El Alamein, chi combattè
dal 6 ottobre 1942 al maggio 1943 nel deserto in Tunisia? - La conquista di Takrouna - La storia dei paracadutisti
bresciani dal 1893 ad oggi - I ragazzi di Bir El Gobi
altri scritti
e documenti di
aggiornamento non contenuti nel libro:
Senza cerimonie e con una intesa sottobanco tra l’Assessore
competente del Comune di Brescia e il proprietario di 80 quintali di
marmo bianco di Botticino, è apparso a Brescia in viale Bornata un
monumento dedicato ai Paracadutisti.
Il fatto è stato portato alla conoscenza dei lettori del “Corriere
della sera” il 12 aprile 2012 dall’articolo di fondo "Un monumento
da dimenticare" del prof. Fabio Danelon. (allegato n° 1) Anch’io ho dedicato all’argomento alcune
( allegato n° 2)
Conseguentemente ho ritenuto doveroso anche - perchè sollecitato da
vari amici - dare (a chi fosse sfuggita) la notizia ripresa dal
“Corriere della sera“ che riferisce di un incontro svoltosi negli
uffici della “Loggia” il 20 maggio u.s.. (allegato n° 3)
Il caso, del quale peraltro il Sindaco non era a conoscenza, poteva
assumere una importante rilevanza di carattere politico. L’incontro si è felicemente concluso con la decisione dell’on.
Adriano Paroli di un intervento tempestivo a modifica del monumento,
che è stata apprezzata dai promotori dell’incontro: i Presidenti
onorari dell’A.N.Paracadutisti d’Italia Gino Compagnoni e
dell’A.N.Partigiani Lino Pedroni, con la piena adesione della Fiamma
Verde Franco Castrezzati..